Blog|Telefono

Se non avete mai composto un numero di telefono trascinando il dito nella rumorosa rotella, vi siete persi un pezzo di storia.
(AzzetaZeta, Twitter)


E’ scontato dire che negli ultimi anni il telefono è diventato un’estensione di noi stessi. Ultra funzionale, ci permette di essere virtualmente ovunque e di sapere ogni cosa in pochi secondi, alle volte anticipando le nostre richeste e i nostri bisogni (va bhe quello è Google, ma noi lo leggiamo come il nostro smartphone).

La mia generazione ha vissuto intensamente il passaggio dal telefono fisso a quello mobile.

Nella metà degli anni ’80 il telefono era a disco e per me significava “nonni”, che una o due volte alla settimana chiamavano per sentirci. E quel telefono con la rotella per comporre il numero me lo ricordo bene, ogni tanto, senza alzare la cornetta giravo i numeri e mi ipnotizzavo a guardarlo.

Ad un certo punto a casa di nonno Elpidio, (uomo avanguardista che ha sempre inseguito le novità), comparve il telefono SIP con la tastiera. Invidiavo molto quel telefono, proiettava tutta casa nel futuro! A seguito di un trasloco anche noi ricevemmo il nuovo telefono a tastiera, ormai ero una teen, ma non usavo molto chiamare le amiche, ci si incontrava ancora per strada. Eppure ogni volta che squillava il telefono si correva a rispondere quasi fosse l’unico modo per salvarsi la vita!

Prima di muovere i primi passi nel mondo mobile ho aspettato un bel po’, con un intermezzo di condivisione del cellulare con la mamma. Nella seconda metà degli anni ’90 i telefonini non avevano memoria interna o almeno non potevi salvarci dati, quindi nemmeno la rubrica con i numeri, per cui, se volevi capire chi ti aveva cercato richiamavi e le tariffe allora erano esorbitanti, oppure conoscendo il numero capivi il messaggio che volevano inviarti.

Come avremmo potuto, noi giovani virgulti, ovviare al problema di capire chi e cosa volevano dirci? Trovammo un sistema infallibile, lo squillo!

Lo squillo aveva un certo numero di significati, tra cui, “ti penso”, “mi manchi” e “sono giù”. Lo squillo ai genitori invece voleva sempre dire “richiamami”.

Naturalmente c’erano anche gli sms, ma date le tariffe di cui sopra e il fatto che spesso il telefonino era in uso a tutta la famiglia, si preferiva usare il più discreto squillo per dirsi qualcosa e poi c’erano le ore passate al telefono SIP!

Volando agli smartphone, ci catapultiamo nel presente, onniscenti e onnipresenti, possiamo presenziare alle riunioni di famiglia anche stando a 4000km di distanza, si è potuto cenare con la dolce metà anche in lockdown e ci si è addirittura laureati in mutande.

Capita che si accosti l’uso degli smartphone all’alienazione dello stare da soli davanti ad uno schermo, credo piuttosto che, chi come me ha vissuto l’evoluzione della telefonia, abbia la capacità di scegliere tra contatto personale e contatto online e non sostituire il primo con il secondo. La demonizzazione dello smartphone somiglia tanto a quella della TV negli anni della mia infanzia e poi quella della PlayStation nel nuovo millennio.

Diciamoci la verità, il telefono fisso era pure misura di grande coraggio. *l ragazz* che ti chiamava a casa, superando la paura che rispondesse tua madre oppure la sorellina spiona, era davvero interessato/a.

L’evoluzione è quasi sempre un bene, l’importante è dominarla e non esserne dominati. Comunque nulla riporterà il tempo in cui sentivamo il telefono squillare e percorrevamo le scale del palazzo a due a due per non arrivare mai in tempo per rispondere.

La Paoletta

Se questo pezzo ti è piaciuto lascia un commento qui sotto e seguimi su Facebook alla pagina Shoes&Mood

Blog|Il Cenone.

Non si smette mai di essere figli, anche quando si diventa genitori.

Avevo promesso che avrei rimesso le dita sulla tastiera presto, non è presto come volevo ma ci sono! L’ispirazione ha atteso l’ultimo giorno del 2022.

Da un paio di anni il mio 31 dicembre è un po’ cambiato e proprio per questo la mente torna a quelli prima vissuti.

Faccio una premessa, dalle mie parti, le festività natalizie vengono prese molto sul serio, si sta a tavola dal 24 dicembre al 6 gennaio (se il 7 non è domenica!). E la mia famiglia è legata alle tradizioni.

La spesa si è sempre fatta “prima”, prima della calca, prima che la qualità scenda, prima che i prezzi aumentino troppo. Così si va al mercato a prendere il baccalà sottosale, che “addà spugnà” (deve stare in acqua) almeno una settimana altrimenti non dissala. E ci devi tenere il pensiero, perché va cambiata l’acqua ogni paio d’ore altrimenti non viene buono. Praticamente è come avere un neonato che va nutrito!

Pian piano il frigo si riempie di ogni ben di Dio che però non si può toccare che “è p’Natal!”.

Nel frattempo anche la credenza si presenta più piena del solito e il profumo in casa è da diabete olfattivo. Eh sì, i dolci, i dolci natalizi campani, laziali e salentini ( vantaggi di aver vissuto in mezza Italia).

A casa mia i dolci si preparano insieme all’albero di Natale, l’otto dicembre. Si accendono le lucine e anche il forno. La cioccolata si spreca, come farcitura e come copertura, non è il periodo giusto per contare le calorie!

Pensate che sia tutto?! E vi sbagliate! Mentre sotto gli abeti di tutto il mondo ci sono pacchetti e regalini, sotto il nostro c’è “u’canistr”. U’canistr è l un cesto ricolmo di frutta secca, torroni, pandori e panettoni. Va bene essere legati alle proprie tradizioni ma al pandoro e al panettone non sa rinunciare nessuno!

Ora mentre sono in auto, direzione Caserta, con la pancia che brontola al pensiero delle cose che ho scritto, ripenso ai capodanni passati a casa dei miei ed ho proprio voglia di raccontarli.

La giornata iniziava con il camino acceso presto, perché oggi sul fuoco vivo si cuociono i ceci nel “pignatiello” (un coccio). L’addetto ai ceci è mio padre, che approfitta della giornata per non uscire di casa e accogliere tutti gli auguri di San Silvestro.

Sul tavolo della cucina non si fa colazione, perché è pieno di farina, c’è mia madre che impasta le “pettole”, una pasta fresca che poi verrà condita con i ceci. Come tutte le paste fresche anche le pettole devono asciugare e così sedie e panche si riempiono di lingue di pasta che non si asciugano mai per bene, ma che sono sempre buonissime.

C’è sempre qualcosa che manca, solitamente i limoni per condire il pesce, così inizia il pellegrino alla bottega più vicina.

A pranzo, naturalmente, non si mangia. E mentre sei preda dei gorgoglii di stomaco con tutti i profumi che pervadono la casa le uniche cose che puoi mangiare sono broccoletti e baccalà lesso.

La cena inizia alla fine della messa serale (19.30) per protrarsi il necessario a presentare tutte le portate, tra cui la preferita dei bambini, la frittura di pesce. In freezer ci sono le anguille, congelate per evitare fughe rocambolesche dal frigo e anche la tortura di sopprimerle. Il pesce è da pulire ed impanare ed è qui che finalmente la protagonista diventavo io!

“Allunghiamo il tavolo che siamo in tanti stasera e comunque ci serve spazio anche per giocare a carte”. “Pieghiamo i tovaglioli che sembrano eleganti”. “Quanto manca per le pettole? Io le voglio riposate!”.

In strada non c’è più nessuno eppure si sentono alcuni petardi, inspiegabile! Tutti a casa, tutti a tavola, tutti insieme per salutare l’anno vecchio e festeggiare quello nuovo.

Ah l’anno nuovo si festeggia con un pranzo degno del cenone, perché al Sud le feste sono magnificamente mangerecce!

Da un paio di anni non partecipo ai preparativi del Cenone ma arrivo che il pesce è già stato impanato e fritto, la verità è che mi è sempre piaciuto più preparare che festeggiare, (come il sabato del villaggio), con la festa prima della festa.

Come si dice dalle mie parti “Buona fine e buon principio!” Ci rileggiamo all’anno nuovo.

La Paoletta

Se questo pezzo ti è piaciuto lascia un commento qui sotto e seguimi su Facebook alla pagina Shoes&Mood

Blog|Posso passare per il caffè?

A riempire una stanza basta una caffettiera sul fuoco. (Erri De Luca)


“Posso passare per il caffè?” Quante volte avete detto o ascoltato questa frase? Personalmente migliaia di volte.

Infondo il caffè fa parte della nostra cultura, non si tratta solo di un sapore unico, piccolo piacere accessibile a tutti, ma è anche un momento di condivisione, la scusa per incontrarsi anche quando si va di fretta.

Date le mie origini campane, sono stata immersa in liquido amniotico a base di caffè ed in cucina c’è sempre una moka appena usata, (come in tutte le cucine del Sud).

Negli anni da informatore scientifico, il caffè era la pausa indispensabile durante le lunghe attese dei medici nei corridoi ospedalieri, oppure un modo per condividere gioie e dolori del lavoro con i colleghi.

E’ successo che un giorno, non saprei nemmeno dire quando, quel caffè ha assunto tutt’un altro sapore. Un sapore molto simile a quello della sorellanza, il sapore di un legame che una volta nato non smetterà mai più di essere, il sapore della profonda sincerità.

Ci siamo trovate incredibilmente simili nonostate tante differenze, lei è la mamma fantastica di ben quattro ragazzi (quando li ho conosiuti erano dei bambini), svegli e dolcissimi ed è sposata con un bravo ragazzo, (nonostante sia juventino). Con lei e la sua famiglia ho condiviso tanti momenti, tutti scolpiti nel mio cuore come dolci praline colorate su una torta bianca.

Ne abbiamo bevuti di caffè, quelli al volo e quelli più lunghi, quelli dolci e quelli amari delle brutte notizie. Mi ha sempre capita in un attimo, non giudicando le mie scelte e tirandomi le orecchie quando ce n’era bisogno.

Spesso eravamo a casa sua, nel frastuono di una casa piena di ragazzi, con un cane e il passaggio dei suoi gatti. Altre invece ero seduta sulla sua scrivania, con il caffè preso al bar all’angolo, le mie visite dovevano durare pochi minuti e invece duravano ore, infatti quello studio medico era volutamente l’ultimo appuntamento della giornata.

Tante volte le ho scritto “posso passare per il caffè?”, non solo perchè ero di passaggio, ma perchè volevo respirare un pò di aria di casa, sentire il chiasso di una famiglia allegra e numerosa, assaporare un po’ di affetto.

Il legame resta, nonostante il tempo e la distanza, nonostante non condividiamo più la vita in maniera quotidiana, ma ci organizziamo con lunghe sedute di chiacchiere ogni volta che è possibile guardarci negli occhi.

Allo stesso passo, con la stessa velocità, ci siamo fermate sempre per aiutare l’altra e ripartire insieme. So per certo che se anche oggi le inviassi un messaggio chiedendole di passare per il caffè, pur sapendo che ci separano 400km, lei riponderebbe subito di sì e preparerebbe la moka, ed io vorrei ancora poterglieli mandare come facevo qualche anno fa, tra un appuntamento e l’altro.

La Paoletta

Se questo articolo ti è piaciuto lascia un commento qui sotto e seguimi su Facebook